XXX RIDEF ITALIA 2014

RENCONTRE INTERNATIONALE DES EDUCATEURS FREINET

XXX Ridef Italia

Centro Internazionale Loris Malaguzzi | Via Bligny, 1-A - 42100

Reggio nell'Emilia | 21-30 luglio 2014

Sguardi che cambiano il mondo

Abitare insieme
le città delle bambine e dei bambini

Bambini per salvare le città

Perché abbiamo bisogno dei bambini per salvare le città

Un bambino di 5 anni di una piccola città italiana, discutendo con la sua insegnante e con i suoi compagni della scuola dell’Infanzia sui diritti delle bambine e dei bambini, dice: “Se gli adulti non ascoltano i bambini vanno in guai grossi”.

Ovviamente il bambino non sarebbe stato capace di descrivere in quali grossi guai il mondo sta precipitando, ma proprio per questo il suo avvertimento è sconcertante.

Guai seri. Effettivamente gli adulti di tutto il mondo e specialmente quelli del mondo più ricco e sviluppato stanno provocando guai molto gravi, come probabilmente mai se ne erano creati.

A livello ambientale stiamo lasciando per i nostri figli e nipoti un mondo peggiore di quello che abbiamo ricevuto dai nostri padri e nonni: stiamo compromettendo forse in maniera irreversibile l’ambiente, contaminando l’aria, deforestando aree sempre più vaste, provocando l’innalzamento del clima, distruggendo specie animali e vegetali.

Nonostante tutte le promesse e gli accordi internazionali le differenze fra il mondo della fame e quello della ricchezza stanno aumentando: mentre il mondo ricco diventa più ricco, nel mondo povero aumentano la fame e le malattie.

Nonostante le drammatiche lezioni delle dittature e della guerra mondiale del diciannovesimo secolo i paesi democratici non rifiutano la guerra. I nostri governi nazionali continuano nel degrado morale e sociale. A livello economico siamo arrivati ad una crisi economica profonda e, se mi si permette, ridicola.

Ridicola perché è il frutto della scienza di tutti i più grandi economisti del mondo. Una crisi economica probabilmente ripetibile appena le condizioni lo permetteranno.

I nostri adolescenti e i nostri giovani manifestano il loro disagio e la loro avversità al mondo che stiamo offrendo loro con azioni aggressive contro la città e contro gli altri come il vandalismo e il bullismo, o con azioni, ancora più gravi, contro se stessi, come l’abuso di alcol e droghe, gli incidenti di moto e di auto, fino al suicidio.

È noto il fenomeno chiamato hikikomori in Giappone: si stima che più di un milione di giovani fra i 14 e i 30 anni, prevalentemente maschi, vivano chiusi nella loro stanza, alimentati dai loro genitori, senza studiare o lavorare davanti allo schermo del computer.

Hanno scelto la realtà virtuale rifiutando quella reale.

Siamo arrivati, per la prima volta nella storia, a lasciare a chi verrà dopo di noi una speranza di vita inferiore alla nostra. Noi dai nostri nonni abbiamo avuto quasi 10 anni di vita di più; i nostri nipoti, secondo recenti ricerche, avranno una speranza di vita media inferiore alla nostra.

Abbiamo ottenuto questi risultati, abbiamo provocato questi “guai seri” razionalmente, utilizzando tutte le conoscenze scientifiche disponibili, tutte le indicazioni della ricerca scientifica e tutti i poteri dei Paesi politicamente ed economicamente più forti.

Coscientemente, razionalmente, scientificamente abbiamo rovinato il mondo. Victoria, una bambina di 10 anni, del Consiglio dei bambini di Rosario in Argentina diceva: “La colpa di tutto è dei grandi. Bisogna mettere dei limiti ai grandi”. Se tutto questo lo abbiamo fatto noi, e razionalmente, è difficile che da soli e razionalmente possiamo e sappiamo uscirne. Dobbiamo farci aiutare e dobbiamo inventare qualcosa di nuovo, affidarci alla fantasia e alla creatività.

Quanto costa ai bambini questa città?

Dobbiamo tener conto del parere dei bambini perché loro stanno pagando il prezzo più alto. La città, così come si è sviluppata negli ultimo decenni, ha tenuto conto quasi esclusivamente delle esigenze dei cittadini più forti e politicamente più influenti e dell’automobile, loro giocattolo preferito. Ha dimenticato e di fatto escluso i cittadini più deboli e primi fra loro i bambini.

Il cambiamento probabilmente più rilevante fra l’essere bambini qualche decina di anni fa e oggi è che oggi i bambini non possono più uscire di casa da soli e hanno perduto il tempo libero. Vengono sempre accompagnati e vigilati e tutto il loro tempo è organizzato fra scuola del mattino, compiti pomeridiani e corsi di lingue, sport o attività creative, ma sempre scuole. Il tempo che rimane lo si passa davanti ad uno schermo.

In questa condizione si crea un grande squilibrio fra un aumento improvviso e impressionante di autonomia dei bambini, fin dai primi anni, rispetto all’informazione e alla comunicazione (internet e il telefono cellulare) mentre scompare completamente l’autonomia di movimento.

–          Se non possono uscire di casa senza essere accompagnati i bambini non possono giocare e se non giocano non possono crescere. Non si può essere “accompagnati” a giocare, occorre “lasciare” i bambini giocare. Il gioco, che è sicuramente l’esperienza che incide di più sullo sviluppo dei primi anni di vita (i più importanti in assoluto) ha bisogno di sufficiente libertà e autonomia per poter essere correttamente vissuto.

–          Se non possono vivere le esperienze dell’avventura, della scoperta, dell’ostacolo, del piacere o della delusione, non riusciranno ad assimilare le regole e a costruirsi gli strumenti necessari per affrontare il mondo e diventare grandi e autonomi.

–          Se non potranno sperimentare il rischio, man mano che ne hanno desiderio e opportunità, ai due, quattro, otto, dieci anni, perché c’è sempre qualcuno che vigila e controlla, si accumulerà un desiderio e un bisogno sempre più grandi che potranno essere soddisfatti solo quando raggiungeranno una sufficiente autonomia: quando avranno le chiavi di casa o una moto sotto il sedere. Tutto quindi viene rinviato all’adolescenza ma con molto maggiore pericolo.

–          Le esperienze di bullismo, l’abuso di alcol e droghe, una sessualità precoce e non controllata, gli incidenti di moto e di auto (in Italia sono la prima causa di morte fino ai 26 anni), i suicidi, credo che più che essere fenomeni e drammi dell’adolescenza, siano coerenti conseguenze di errori educativi nel periodo infantile. Chi non ha potuto andare in bicicletta e sbucciarsi le ginocchia da bambino ha più probabilità di subire incidenti gravi in moto da adolescente.

–          Le città senza bambini sono peggiori

Un conflitto nuovo

Intorno all’infanzia si sono sempre sviluppati dei conflitti. Il conflitto fra i bambini e la scuola è storico, è sempre esistito. Si è analizzato e descritto quasi come un fenomeno necessario e naturale. Anche il conflitto fra i bambini e le automobili ha origini antiche perché le auto creano pericolo e il pericolo crea paura negli adulti e riduce l’autonomia dei bambini.

Possiamo dire più in generale che il rapporto fra bambini e adulti ha sempre provocato un certo conflitto perché i bambini sono molesti, disturbatori.. Ma quello che registro oggi come conflitto nuovo è quello fra i bambini e i loro stessi genitori: i bambini chiedono alla società, alla città, agli amministratori maggiore sicurezza, maggiore controllo e vigilanza per i loro figli; bambini, i loro figli, chiedono alla società, alla città, agli amministratori, maggiore libertà e maggiore autonomia.

Un bambino del Consiglio dei bambini di Roma chiedeva al suo sindaco: “Noi chiediamo a questa città il permesso di uscire di casa”

Di fronte a questo conflitto ciascuno deve scegliere con chi stare, con le bambine e i bambini o con i loro genitori? Se stiamo con i genitori stiamo certamente contro i bambini, ma se stiamo con i bambini non stiamo contro i genitori.

Questa è una bella regola della democrazia e della giustizia: ogni volta che si favoriscono i piccoli, gli ultimi si arricchiscono tutti, ogni volta che chi ha potere lo aumenta soffrono tutti i sottoposti. Ho capito questo riflettendo sulle battaglie e sulle vittorie delle donne: ogni loro conquista è stato un passo avanti per tutti. Se questo vale per le donne deve valere ancor più per i bambini.

Con chi stiamo noi? Con chi sta la scuola? Con chi sta la città? Con chi sta il sindaco? Con chi sta la politica?

Nuovi profeti.

Nei momenti di crisi nei tempi antichi arrivavano i Profeti. Ma Mosè Maimonide, Cordoba alla fine del secolo 12 scrive: “Da quando non esistono più o non sono più riconosciuti i profeti e la profezia non si manifesta più in forma chiara, l’arte della profezia è affidata ai bambini e ai pazzi a cui bisogna prestare attenzione”. E allora dobbiamo riconoscere l’alto valore profetico della frase del bambino di italiano di 5 anni e di Victoria di Rosario, chiedere il loro aiuto, ascoltarli e tener conto di quello che ci dicono.

I bambini possono aiutarci: il progetto “La città delle bambine e dei bambini”

Se siamo convinti che un cambiamento è necessario e urgente i bambini possono aiutarci. Ma dobbiamo essere disposti e capaci di ascoltarli. Per questo sono necessarie alcune condizioni: essere sicuri che hanno cose importanti da dirci, saper capire quel che ci chiedono anche oltre a quel che ci dicono e avere il coraggio di tener conto di quello che chiedono costi quel che costi .

Il progetto “La città delle bambine e dei bambini” propone ai sindaci, ai politici, agli amministratori, ma anche agli educatori (genitori e insegnanti) di chiedere aiuto e consiglio ai bambini. Di assumere i bambini come parametro di valutazione e di cambiamento per le città, pensando che una città adatta ai bambini sia una città migliore per tutti1. I bambini quindi non vengono chiamati come una delle tante categorie sociali o generazionali, ma come capaci di rappresentare l’”Altro”, il diverso, il lontano dal potere, dalla competenza, dalla opinione comune, omogenea e conformista dell’adulto. Il bambino quindi come paradigma della diversità: il sindaco che impara ad ascoltare i bambini diventa realmente il sindaco di tutti.

Un aspetto particolarmente emozionante è notare come le proposte di cambiamento urbano dei bambini coincidano sostanzialmente con quelle degli esperti e degli scienziati e in particolare degli psicologi, degli ambientalisti, dei sociologi, degli urbanisti, dei pediatri e anche dei giuristi e come invece si allontanino dalle scelte dei politici e degli amministratori delle città..

Il progetto si articola su due assi principali:

–          La partecipazione dei bambini al governo delle città attraverso i Consigli dei bambini considerati come organi consultivi dei sindaci e delle Amministrazioni locali, come applicazione corretta dell’art. 12 della Convenzione del 1989 e la progettazione di spazi e arredi urbani partecipata ai bambini.

–          La restituzione ai bambini del diritto di muoversi liberamente nella propria città, rivedendo le politiche della mobilità, per permettere ai bambini le attività indispensabili del gioco, della esplorazione, della avventura. La presenza dei bambini negli spazi urbani restituirà sicurezza alle città.

Il progetto ha promosso adesione in varie città e oggi ha una rete di quasi 200 città in Italia, Spagna, Argentina e altri Paesi dell’America Latina.

1 Per una migliore conoscenza delle motivazioni, delle proposte e delle esperienze del progetto si possono consultare i volumi Tonucci, F. La città dei bambini (1996) e Se i bambini dicono: Adesso basta! (2002) editi da Laterza, e il sito web www.lacittadeibambini.org

Una politica diversa

Nei quasi venti anni di esperienza abbiamo raccolto le proposte dei bambini di vari paesi e queste concordano in alcune richieste chiave, che descrivono un’altra politica. I bambini chiedono ai loro governanti una politica diversa, più vicina alle esigenze di tutti i cittadini, più sensibile alle esigenze di sostenibilità ambientale e più economica. Una politica diversa da quella dei politici, che miri non al consenso, ma alla felicità.

a)      Una diversa politica della sicurezza:

La sicurezza è oggi considerato un tema centrale nel dibattito politico. Di fronte ad un paventato grave pericolo incombente, la politica tranquillizza gli elettori dicendo: non vi preoccupate, ci pensiamo noi. E il modo unico in cui si sta intervenendo è quello di aumentare la difesa: polizia, videocamere, porte blindate, strumenti elettronici a lettura satellitare, telefoni cellulari. Qui si aprono varie contraddizioni.

La più importante è il paradosso creato dalla diminuzione dei reati, come documenta il Ministero degli interni e come confermano gli amministratori di Roma e Milano da un lato, e l’aumento della paura dall’altro. Il paradosso che ne deriva è che, come hanno sempre spiegato i sociologi e gli psicologi sociali, se aumenta la difesa aumenterà di conseguenza la paura o la sensazione di pericolo. Il problema reale è probabilmente legato al fatto che oggi la paura è considerata una risorsa sia dalla politica che la usa per aumentare il consenso elettorale, sia della comunicazione mediatica che dedica ai fatti più efferati di cronaca nera una attenzione morbosa che aumenta l’ascolto e di conseguenza la raccolta pubblicitaria.

Si crea così un circolo vizioso che crea una sensazione di insicurezza che pagano principalmente le categorie più deboli e per primi le bambine e i bambini.

Qual è la proposta alternativa che avanzano i bambini, qual è la loro idea di sicurezza? Possiamo considerarla rappresentata dalla proposta di un bambino del Consiglio dei bambini di Rosario in Argentina: “Gli adulti ci debbono aiutare però da lontano”. Una proposta che meriterebbe una riflessione approfondita da parte di noi adulti. Aiutare da lontano certamente significa non accompagnare per mano, non controllare direttamente e personalmente il proprio figlio. Probabilmente significa impegnarsi per creare condizioni sociali (non personali) di accoglienza e di attenzione. Probabilmente può essere rappresentata dalla eloquente proposta di Herman, sempre di Rosario: “È facile (essere sicuri): basta che ci siano due adulti, che prendono un caffè, in ogni isolato”. Non quindi in strada per vigilare i bambini, ma per prendere un un caffé. Ma esserci perché la presenza rende sicura la strada.

A questa diversa idea di sicurezza se ne aggiunge un’altra ancor più innovativa e sconcertante: i bambini per strada fanno sicura la strada. Di nuovo un paradosso: non facciamo uscire di casa i nostri figli perché riteniamo che la strada sia pericolosa e invece la strada è pericolosa perché non ci sono più i bambini. Se ci sono i bambini noi siamo migliori. I bambini sanno risvegliare nei vicini del quartiere atteggiamenti di solidarietà e di attenzione, sanno costruire un nuovo vicinato.

Valga come documento a riprova di questa affermazione l’esperienza di Buenos Aires. Nel 2001, dopo l’ennesimo atto di violenza contro i bambini che andavano a scuola, in uno dei distretti periferici della città la gente si ribella e si riunisce per decidere cosa fare. Rifiuta la richiesta di maggiore presenza di polizia (possono avvenire sparatorie con esiti imprevedibili) e dicono di voler far andare i bambini a scuola da soli facendo riferimento al nostro progetto “La città dei bambini”. Per farlo coinvolgono, come previsto, commercianti e anziani, sensibilizzano le scuole e i quartieri e chiamano questa esperienza “Percorsi sicuri verso la scuola”.

Nel 2005, quando l’esperienza si era ormai diffusa in molti distretti della Gran Buenos Aires ed era entrata nella Capital Federal, il responsabile della sicurezza della città, in un convegno pubblico dichiaro che nei distretti che promuovevano questa esperienza i fatti di criminalità urbane erano diminuiti del 50%!

 

b)      Una diversa politica della mobilità e della salute:

Abbiamo già descritto le gravi conseguenze della mancanza di autonomia e di movimento autonomo delle bambine e dei bambini nella loro città. Se i bambini non possono scaricare liberamente le loro energie per un tempo adeguato ogni giorno corrono molti rischi per la loro salute e per il loro sviluppo. Non sono sufficienti i corsi sportivi a cui le famiglie li iscrivono nel pomeriggio anche con gravi oneri economici. Questi corsi non sono giochi ma scuole. Il movimento è controllato da un istruttore e finalizzato alla formazione di un futuro “campione” e quindi mai spontaneo e libero, ma controllato e diretto. Molte delle patologie infantili hanno la loro radice e causa nella prolungata inattività davanti ad uno schermo. In queste ore i bambini mangiano e bevono prodotti inadatti alla loro salute. Da tutte le ricerche finora condotte sembra che l’unica proposta vincente contro la televisione o i videogiochi, sia la possibilità di uscire di casa per andare a giocare liberamente con gli amici. L’autonomia di movimento è la vera grande prevenzione. Una città democratica e preoccupata della salute dei suoi cittadini a cominciare dai più piccoli dovrebbe garantire a tutti di potersi muovere liberamente nella propria città.

 

c)       Una diversa politica dello spazio pubblico e del gioco:

I bambini non vogliono spazi per bambini, luoghi separati e dedicati a loro dove passare del tempo sotto una continua sorveglianza di adulti. I giardinetti per bambini, con gli scivoli, le altalene o altri giochi sono una invenzione moderna che non tiene conto dei desideri e delle necessità dei bambini. Per loro lo spazio giusto per giocare è lo spazio pubblico, a partire dalle scale e dal cortile di casa per arrivare ai marciapiedi, alle piazze e ai giardini della città. Un città che voglia rispettare le esigenze dei bambini dovrebbe evitare di spendere soldi in questi spazi separati e stereotipati e favorire la presenza delle bambine e dei bambini negli spazi pubblici.

Anche su questo i bambini hanno idee chiare e, dal lavoro da loro svolto in Consigli dei bambini italiani, spagnoli e argentini, emergono queste proposte che potrebbero diventare un programma di progettazione degli spazi urbani.

“Ci sono troppi parcheggi e i bambini non hanno spazio per giocare. Proponiamo di fare a metà”: metà per le macchine e metà per i bambini.

“Non spazi dedicati e specializzati, ma condivisi, e sicuri perché occupati”;

“Non serve la polizia”;

“Non ci dovrebbero essere i genitori”;

“Gli spazi gioco sono tutti orizzontali e non ci si può nascondere”;

“I grandi mettono sempre gli stessi giochi nei giardinetti e non c’è gusto perché è come vedere sempre lo stesso film, e non c’è sorpresa”;

“I grandi mettono le aiole nei giardini per non far giocare i bambini”;

“Dovrebbero metterci i cespugli così possiamo baciarci di nascosto”.

“Un posto per essere buono per i bambini non dovrebbe essere troppo sicuro”: interessante questa ultima caratteristica: il bambino non dice che non deve essere sicuro ma non “troppo” sicuro, come se la eccessiva sicurezza togliesse la possibilità di gioco e di divertimento.

Diritto al gioco. In questa città, nella quale i bambini possono utilizzare gli spazi pubblici come tutti gli altri cittadini si deve riconoscere il diritto al gioco. Questo significa innanzi tutto che il gioco non può e non deve essere proibito. Essendo riconosciuto dall’articolo 31 della Convenzione dei diritti delle bambine e dei bambini, non può essere proibito né nelle case, né nelle città. Non si può proibire ai bambini di giocare sulle sale, negli androni o nei cortili dei condomini; non si può proibire di giocare nei marciapiedi o nelle piazze delle città. Dovrebbero scomparire le proibizioni e i cartelli di divieto. Sarebbe auspicabile che comparissero cartelli che dicano: “I bambini sono invitati a giocare”; “Il Comune rispetta il diritto al gioco”; “Gli adulti non devono disturbare i bambini che giocano”.

L’altra condizione è che i bambini abbiano tempo per giocare. Questo significa principalmente meno compiti e meno attività pomeridiane. I bambini passano a scuola un numero di ore simile o superiore di quello che i loro genitori passano al lavoro. È assurdo che la scuola senta il bisogno di impegnare anche le ore pomeridiane, quelle del fine settimana e delle vacanze. D’altra parte anche le famiglie dovrebbero fare un passo indietro, non occupare tutto il tempo rimanente con corsi e scuole pomeridiane di lingua, sport o attività espressive e lasciare ogni giorno ai propri figli un sufficiente tempo libero che possano amministrare autonomamente, insieme ai propri amici, in spazi da loro scelti. Naturalmente, come sempre è stato, questa autonomia dovrà essere vissuta all’interno di una cornice di regole di tempo e di spazio che le famiglie stesse indicheranno.

 

d)      Una diversa politica economica:

Kofi Annan, il Segretario Generale delle Nazioni Unite l’8 maggio 2002 a New York aprendo la Sessione Speciale dell’ONU per l’Infanzia, chiudeva il suo intervento dicendo: “Come potremo fallire, soprattutto ora che sappiamo che ogni dollaro investito nel migliorare le condizioni dell’infanzia ha un ritorno per tutta la società di ben 7 dollari?” L’affermazione era sconcertante e veniva presentata di fronte a tutti i capi di stato e di governo del mondo. I periodi nei quali la rendita dei capitali non raggiungeva mai il 10% si proponeva un tipo di investimento virtuoso che poteva rendere il 700%!

Qualche anno dopo ho scoperto da dove Kofi Annan aveva tratto quella informazione, quando conobbi le ricerche di James Heckman, premio Nobel per l’economia dell’anno 2000. Heckman aveva effettuato una ricerca per la quale aveva selezionato un gruppo di bambini provenienti da quartieri popolari con alto tasso di criminalità e con un quoziente di intelligenza inferiore alla media e aveva offerto loro la frequenza per tre anni (dai 3 ai 6) ad una scuola infantile di alta qualità (negli Stati Uniti riservata solo alle classi sociali culturalmente ed economicamente più alte).

Quando il campione sperimentale ha compiuto venti anni lo studioso ha valutato i risultati e ha trovato che quei giovani avevano avuto una carriera scolastica e professionale molto più alta dei loro compagni di condizione sociale che non avevano partecipato all’esperimento e avevano avuto rispetto a loro una attività criminale del 70% più bassa. Non considerando il valore morale e sociale del risultato l’economista poté dimostrare che valutando i costi e i benefici, la più alta produttività e il più basso costo sociale (polizia, servizi sociali, ospedali, carceri) si poteva dimostrare che ogni dollaro investito aveva reso più di 7 dollari e che in una proiezione sull’intera vita dei soggetti si poteva valutare che la rendita potesse superare di molto gli 8 dollari.

Forte di queste basi scientifiche mi sento di indicare tre settori nei quali tutte le risorse investite potranno produrre forti rendimenti:

a)      Allattamento naturale: garantire a tutte le madri di poter godere di almeno un anno il proprio figlio e ad ogni bambino di poter godere la propria madre e specialmente il suo seno. Per questo vale la pena modificare le garanzie pubbliche e le regole lavorative.

 

b)      Gioco libero per bambine e bambine: creare condizioni urbanistiche e organizzazione sociale perché tutti i bambini possano godere di un tempo libero quotidiano durante i quale giocare con gli amici nei luoghi pubblici della città.

 

c)       Una scuola infantile di alto livello per tutte le bambine e i bambini.

Il Paese che avesse il coraggio di intervenire con queste misure uscirebbe dalla crisi economica in pochi anni e preparerebbe per i suoi cittadini un futuro pieno di speranza.

 

 

Francesco Tonucci

Istituto di Scienze e Tecnologie della Cognizione

del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR)

responsabile del progetto internazionale

“La città delle bambine e dei bambini”

Francesco Tonucci

Istituto di Scienze e Tecnologie della Cognizione

del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR)

responsabile del progetto internazionale

“La città delle bambine e dei bambini”

Francesco Tonucci

Istituto di Scienze e Tecnologie della Cognizione

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  1. Maria Teresa

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