XXX RIDEF ITALIA 2014

RENCONTRE INTERNATIONALE DES EDUCATEURS FREINET

XXX Ridef Italia

Centro Internazionale Loris Malaguzzi | Via Bligny, 1-A - 42100

Reggio nell'Emilia | 21-30 luglio 2014

Sguardi che cambiano il mondo

Abitare insieme
le città delle bambine e dei bambini

A proposito di giustizia spaziale

Maria Chiara Tosi e Stefano Munarin – Università IUAV di Venezia

Premessa.

Numerosi e ripetuti sono stati i tentativi di ordinare elenchi di priorità alle quali si dovrebbe attenere l’urbanistica per migliorare la qualità delle città. Ad esempio, l’idea che alla base di ogni intervento urbanistico ci debba essere la triade igiene – giustizia – bellezza si ritrova in numerosi testi “fondativi”[1], mentre di recente Fabrizio Bottini (Bottini 2012) ha riproposto alla nostra attenzione il “decalogo dell’architetto” scritto da Gustavo Giovannoni nel 1928 (Giovannoni 1928), basato sull’ipotesi che «oggi si manifesta tra noi… un magnifico risveglio di energie, che si esprime in studi severi, che si sostituiscono al dilettantismo empirico, ed in iniziative razionalmente avviate», punto di partenza per la concreta affermazione della «più complessa delle tecniche, la più grande delle arti»[2].

Anche più di recente sono stati formulati elenchi e criteri guida per il disegno e il governo della città. Kevin Lynch, ad esempio, affronta il tema della buona forma urbana attraverso un elenco di prestazioni che la città deve garantire: vitalità, significato, coerenza, accessibilità, controllo, efficienza e giustizia (Lynch 1981),mentre anche il Consiglio Europeo degli Urbanisti nel 2002 ha pubblicato la sua guida allo sviluppo sostenibile locale in forma di checklist. (CEU 2002)

 

L’ipotesi di “mettere ordine” tra le priorità dell’agenda urbanistica è stata ripresa anche al seminario di presentazione del libro postumo di Ugo Ischia La città giusta, (Ischia 2012) organizzato dal Dottorato in Urbanistica dell’Università Iuav di Venezia il 18 maggio 2012.

In quell’occasione, domandandosi quale sia la nostra idea di “città giusta”, Stefano Moroni, criticando duramente alcuni testi recenti (Soja 2010), (Feinstein 2010), ha affermato che[3] «mentre continuiamo a pensare alla giustizia come problema distributivo di qualcosa di scarso, di una quantità data, per me il problema della città giusta non è un problema né distributivo né sociale. Per me una città giusta è caratterizzata da una elevata qualità istituzionale, è la città dove vige la supremazia del diritto, con poche ma precise regole stabili astratte e generali, non discrezionali ed emergenziali».

Franco Mancuso ha provato a rispondere a Moroni utilizzando proprio la forma del “catalogo”, dell’elenco di «valori di una città giusta». Per Mancuso, infatti, una città giusta deve affrontare questioni legate alla distribuzione di risorse scarse, lavorando, da progettisti, verso alcune direzioni (se non abbiamo contato male, nove sono i temi proposti da Mancuso). Primo garantire buoni livelli di mobilità pubblica e collettiva, secondo garantire un ambiente di vita sano, terzo garantire l’accessibilità ai servizi, quarto mantenere un buon grado di mixitè urbana, quinto definire spazi urbani ben “leggibili”, sesto evitare forme di segregazione e separazione sociale, settimo evitare la formazione di aree degradate/abbandonate, ottavo “incorporare la storia” nei progetti di modificazione/trasformazione, nono considera e sviluppare la bellezza anche nei nuovi interventi.

Insomma, anche a noi quella di Stefano Moroni sembra un’idea di “grado zero” necessaria, ma non sufficiente, che non riconosce la finitudine dei beni e le diverse condizioni di partenza e di esistenza.

Altrettanto necessario ci sembra porsi alcune questioni:

– Quale tipo di vita riusciamo concretamente a condurre nelle nostre città?

– Quali sono le condizioni spaziali che consentono ai cittadini di vivere in un ambiente adeguato?

Ipotizzando un nesso tra fatti e valori (Harris 2010), pensiamo che garantire alcune condizioni minime, a partire dalle quali poter sviluppare le proprie capacità, così come ci suggeriscono Sen (Sen 2009) e Nussbaum (Nussbaum 2011), costituisca condizione necessaria affinché si possa cominciare a parlare di giustizia spaziale. L’ipotesi su cui si fondano le riflessioni proposte in questo scritto dunque, è che le politiche e i progetti di trasformazione urbana dovrebbero impegnarsi a garantire almeno le seguenti nove “condizioni minime”. Qualcosa di diverso dalle quantità minime, misure quantitative stabilite dagli “standard”, ma che cerca comunque di indicare direzioni di ricerca e progetto per una città più giusta – per tutti.

 

1. Accessibilità. Servizi e attrezzature, spazi aperti, luoghi di lavoro, mercati devono essere accessibili: chi sperimenta un accesso limitato a queste attività si trova in una condizione di svantaggio ed esclusione. Pensiamo in primo luogo all’accessibilità pedonale, ciclabile e a quella garantita dalla mobilità pubblica. Pensiamo alla camminabilità della città come strumento utile a ridurre la congestione e le emissioni di Co2, promuovere la salute fisica e mentale, ridurre le spese a carico delle famiglie, aumentare le occasioni di sociabilità (Southworth 2005). Pensiamo inoltre che incrementare la camminabilità delle città contribuisca ad irrobustirne la resilienza. (Newman 2009). In molte città si sta lavorando attorno all’ipotesi di garantire a tutti i residenti la possibilità di accedere a uno spazio verde in 10-15 minuti a piedi. La garanzia di una generale e diffusa capacità d’accesso ad un sistema di spazi verdi viene perseguita sia attraverso il disegno di una più fitta rete di percorsi e una più estesa trama di superfici pedonali, sia aumentando il numero e la frequenza degli spazi verdi. Non si tratta quindi sempre di un problema di sola pedonalizzazione degli spazi ne di un problema di aumento delle attrezzature collettive: sovente la capacità di accesso di ciascun cittadino va incrementata incrociando le due strategie. In questo modo la città sarà il luogo dove anche chi ha difficoltà di utilizzo della mobilità privata non si stente escluso dall’accesso a beni importanti: dove le scuole, le biblioteche e i parchi possono essere raggiunti a piedi anche dai bambini, dove i ragazzi possono tornare a casa dal bar la sera tardi da soli e gli anziani possono raggiungere spazi collettivi in autonomia. (www.walkscore.com).

L’accessibilità è dunque una proprietà degli insediamenti urbani che qualifica la società locale nel suo complesso e ne definisce il grado di equità sociale e la qualità della vita per i suoi cittadini. (Borlini, Memo 2011)

 

2. Mobilità. Le limitazioni negli spostamenti, derivanti sia da una ridotta mobilità (difficoltà a muoversi in ragione dell’età e delle capacità fisiche e cognitive), ma anche da un eccesso di mobilità (congestione urbana), riducendo il raggio d’azione, precludono la possibilità di appropriarsi di importanti opportunities.

Se consideriamo la mobilità come una risorsa che gli abitanti hanno a disposizione per raggiungere i propri fini legati alla ordinarietà delle pratiche quotidiane, risulta evidente che ogni abitante ha una diversa capacità di movimento. Le diverse configurazioni spaziali della città e del territorio influiscono direttamente e indirettamente sul capitale di mobilità (Borlini, Memo 2011) che ogni abitante ha in dotazione, definendo soglie d’ingresso differenziate a quella “rete di reti” di relazioni, servizi, opportunità che, secondo l’efficace definizione di Hannerz (1992), è la città. Se una buona organizzazione spaziale agisce abbassando la soglia d’ingresso alle reti di relazioni e di conseguenza la quantità di risorse di mobilità necessarie, al contrario una parte di città male organizzata innalza la soglia d’ingresso richiedendo risorse di mobilità aggiuntive e portando all’esclusione degli abitanti dalla vita sociale.

Senza dimenticare che richieste di mobilità più articolate sia in termini di distanza che di tempo speso per raggiungere i luoghi dell’istruzione, della cura, dello sport, della cultura, e più in generale dello svago e della ricreazione, oltre a risultare più costose e faticose (Tosi 2009) portano a diminuire l’interesse verso le attività stesse e spesso alla loro rinuncia.

Una maggiore equità spaziale della città può essere il risultato di sforzi convergenti indirizzati a ridurre il bisogno di spostarsi migliorando le opportunità pubbliche di movimento e riducendo i costi individuali: in sostanza migliorando l’organizzazione spaziale della città.

 

3. Salubrità. Le scelte localizzative devono essere guidate dalla necessità di garantire la salute, il buon funzionamento biologico e psicologico dell’individuo e la sopravvivenza della specie umana.

La riduzione dei servizi pubblici, il contrarsi dell’intervento e investimento pubblico nella città, tende a rimettere alle singole capacità e opportunità individuali tutto ciò che riguarda il corpo, la sua salute e in buona sostanza il suo well-being, inteso solamente come prestazione personale da perseguire individualmente attraverso servizi, spazi e attrezzature ad alto contenuto tecnologico. Permettendo in questo modo al mercato di invadere un terreno come, ad esempio, quello dello spazio per il tempo libero e lo sport, ritenuto assai importante per la costruzione di un senso di attaccamento ai luoghi e alle altre persone, oltre che per il suo essere arena della convivialità e del divertimento collettivo.

Al contrario il benessere dell’individuo, il suo star bene, la salubrità degli spazi va trattata come fatto collettivo cercando di ritagliargli un posto di rilievo nella progettazione dello spazio urbano; allo stesso modo gli investimenti in salute pubblica non devono essere ridotti alle tradizionali strutture sanitarie ed ospedaliere, quanto invece comprendere i modi in cui si configura la trama di spazi e servizi collettivi che danno forma alla città. La città, la campagna urbana e il paesaggio nel proporsi come supporti fondamentali alla promozione di servizi e azioni di cura rivolte alla persona, costituiscono terreno fertile di sperimentazione di nuove forme e condizioni di benessere.

 

4. Sicurezza. Un corretto insediamento è quello che cerca di ridurre, o quanto meno tiene monitorato, il rischio di incidenti ambientali sia indotti dall’uomo che naturali.

Il rischio è una caratteristica costante dell’azione umana che non può essere del tutto eliminata, ma può sicuramente essere ridotta (Beck 1992). Se lo sforzo compiuto in passato per cercare di ridurre l’incertezza ha portato a presupporre che il futuro fosse del tutto simile al presente, al contrario oggi siamo immersi in una fase che si confronta con incognite incalcolabili, annullando le basi stesse di un approccio razionale al rischio. La conseguenza principale di tutto ciò è che oggi non è più possibile costruire scenari futuri desumendoli dal presente. A ciò va aggiunto il fatto che l’aumento dello stato di benessere porta ad un aumento del rischio di perdere e vedere cancellata la capacità delle persone di vivere una vita dignitosa.

Garantire queste capacità richiede di progettare insediamenti meno insicuri spingendo verso il riaccorpamento dei saperi e delle competenze ed adottando un approccio multidimensionale e polidisciplinare necessario per trattare problemi di complessità via via crescente. Pensiamo, ad esempio, di poter continuare a trattare le questioni legate al corretto funzionamento idraulico dei nostri territori indipendentemente e senza cercare un terreno di confronto e sovrapposizione con la nuova politica agricola comunitaria che dal 2013 inizierà a garantire le sovvenzioni sulla base della capacità del contadino di farsi manutentore attento del paesaggio? O di continuare a progettare le nostre città e i territori senza cercare un terreno di confronto con chi progetta i piani delle acque?

Spesso la messa in sicurezza viene pensata come rimedio per luoghi sfortunati, costringendoli a ripercorrere sentieri di sviluppo tradizionali. Al contrario si dovrebbe ripensarla come attività di sperimentazione di modelli di sviluppo altri, capaci di trovare soluzioni comuni a problemi elementari ma oggi radicali, come l’eccessiva impermeabilizzazione dei suoli, il dissesto idrogeologico, il mantenimento di un elevato livello di biodiversità, la produzione di energie alternative e soprattutto la durabilità nel tempo di trasformazioni territoriali maggiormente attente alla qualità dell’ambiente costruito e naturale.

 

5. Espressività/Ricreatività. Il tempo libero, il gioco e l’attività creativa fanno parte dell’esperienza umana e tutti devono poter esercitare tali pratiche collettivamente.

La diffusione di modalità insediative che hanno reso possibile l’introduzione di tali pratiche all’interno di spazi o manufatti individuali, ad esempio nel giardino di casa dove trovano spazio i giochi per i bambini e gli attrezzi ginnici accessibili solamente a collettività ristrette e controllate, tende a sottrarre risorse ed energie al dominio pubblico che al contrario si può e deve far carico di garantirne la diffusione  condivisone all’intera collettività.

L’eccessiva specializzazione degli spazi dedicati allo sport, al gioco e al tempo libero può portare ad una eccessiva segregazione di queste attività contribuendo poco alla loro diffusione tra la popolazione. Per contro, laddove spazi vaghi si rendono disponibili ad essere interpretati di volta in volta sulla base delle esigenze espresse dal gruppo che li utilizza risulta possibile garantire ad un numero maggiore di persone libertà di azione e di espressione. Un grande prato può diventare di volta in volta un campo per il gioco del pallone o del cricket, lo spazio dove far volare gli aquiloni o dove stendersi per riposare e prendere il sole; una superficie pavimentata può di volta in volta accogliere attività collettive (feste, sagre, manifestazioni, circo), il passeggio, mercati, ed altro ancora.

 

6. Riproducibilità. L’organizzazione degli insediamenti deve puntare al contenimento dei costi e dell’uso delle risorse naturali per garantirne la riproducibilità.

La necessità di limitare l’uso e l’occupazione di territorio da tempo è rivendicata per diverse ragioni: per garantire anche alle generazioni future una buona dotazione di spazi naturali dove le principali risorse possano rigenerarsi, per non penalizzare il settore agricolo considerato sempre più determinante anche dalle politiche alimentari urbane, per non incrementare ulteriormente l’impermeabilizzazione del suolo con conseguenze sia sul dissesto idrogeologico sia sull’effetto serra, per mantenere e potenziare la biodiversità del territorio, infine per cercare di ridurre i costi di gestione di reti e infrastrutture. (Lanzani 2012)

Garantire i più banali principi della riproduzione del territorio inteso come palinsesto (Corboz, 1985) che i processi sociali, economici e culturali continuamente scrivono e riscrivono, richiede di valutare le conseguenze delle scelte insediative sul tempo lungo. Sollecita a misurare il contributo dei progetti e delle politiche di trasformazione non sull’oggi, ma nei confronti dell’articolato processo di accumulazione selettiva di cui il territorio costituisce l’esito, considerando bisogni, istanze esigenze e diritti delle popolazioni presenti e future.

Per queste ragioni pensiamo che il territorio non possa essere considerato un supporto inerte capace di assorbire e metabolizzare qualsivoglia trasformazione, ma un artefatto sul quale le azioni dell’uomo disegnano strutture del privilegio e geografie dell’ingiustizia garantendo opportunità di sviluppo differenti.

 

7. Inclusività. Poter vivere con gli altri e per gli altri. L’organizzazione spaziale delle città deve garantire il rispetto di se e degli altri, tutelando i soggetti contro le discriminazioni in base a razza, sesso, tendenza sessuale, religione, etnia e origine nazionale. Se da un lato nella città possono configurarsi parti socialmente connotate (il quartiere cinese, ecc.) dall’altro la suddivisione sociale non può mai diventare una modalità di assetto programmata, riconoscendo che proprio la mescolanza può facilitare le forme di integrazione, di convivenza ma anche di reciproco apprendimento.

 

8. Figurabilità. Gli insediamenti devono essere chiaramente percepiti e identificati. Ciò costituisce il punto di contatto tra la forma dell’ambiente costruito e il processo di percezione e conoscenza dell’uomo. Il disegno dello spazio trasmette un segnale all’utente. La conformazione e dimensione di una strada ad esempio, dice più chiaramente di tanti segnali a quali utenti ed utilizzi si pensa. Così, trasformare le strade utilizzando materiali prettamente “carrabili” (guard rail, rotatorie, raggi di curvatura che permettono velocità di crociera elevate, ecc.) significa indicare e dare per scontato un certo modello di sviluppo e un “utente tipo”, riducendo la strada a spazio dell’automobile: letteralmente ad “autostrada”, anche in contesti pienamente urbani.

 

9. Comfort. Le città devono garantire la possibilità di svolgere le pratiche quotidiane e ordinarie (andare a scuola o al lavoro, fare la spesa, ecc.) senza fatica e consumo eccessivi, in spazi agevoli e piacevoli.

La fatica e talvolta la difficoltà di abitare la città hanno spinto sovente nel corso del Novecento parti sempre crescenti della popolazione a trovare soluzioni individuali al problema, a ricercare il confort all’interno della propria abitazione, abbandonando lo spazio urbano (il trasferimento dalla città verso spazi suburbani o verso condizioni di dispersione insediativa, fa pensare anche a questo, alla ricerca di comfort individuale).

Oggi dobbiamo interrogarci sulle ragioni dello scarso confort che caratterizza parti importanti delle nostre città, utilizzando un atteggiamento non generico e superficiale, ma al contrario capace di individuare entro condizioni differenti le specifiche ragioni, i motivi e le cause della mancanza di comfort. A volte ciò attiene alla mancanza di servizi e attrezzature, alla loro scorretta localizzazione, ma a volte ciò si lega anche al loro trattamento come mero bisogno da esaudire o dall’essere considerati problema tecnico da risolvere rifugiandosi entro logiche settoriali attraverso il raggiungimento di standard: un atteggiamento che pur cercando di garantire livelli quantitativi minimi tende a banalizzare la dimensione relazionale di questi spazi, i caratteri spaziali del problema. Mentre è proprio l’organizzazione spaziale dei servizi e delle attrezzature ad incidere sulla qualità della vita quotidiana, sulla fatica di abitare, sulla crescita delle diseguaglianze, sul degrado dell’ambiente, sulle possibilità di convivenza tra diversità e quindi sull’affermazione dei diritti di cittadinanza, tra i quali anche il diritto di utilizzare collettivamente uno spazio confortevole e non ostile.

 

 

Riferimenti bibliografici

 

– Beck, U. (1992), Risk Society: Towards a New Modernity, New Delhi, Sage (1986)

– Borlini, B, Memo, F. (2011) “Mobilità, accessibilità ed equità sociale”, papers presentato alla Conferenza Espanet: Innovare il welfare, Milano 2011

Bottini, F. (2012), (a cura di), La città conquistatrice. Un secolo di idee per l’urbanizzazione, Corte del Fontego, Venezia.

– Corboz, A. (1985), “Il territorio come palinsesto”, Casabella n. 516

– Feinstein, S. (2010), The Just City, Cornell University Press, N. Y.

– Giovannoni, G. (1928), «Questioni urbanistiche» in L’ingegnere, ora in Bottini 2012: 193-206.

– Ischia, U. (2012), La città giusta, Donzelli, Roma

– Lanzani, A. (2012), “Basta Consumo di suolo”, Giornale dell’Architettura, 102

– Lynch, K. (1981), A Theory of Good City Form, MIT Press, Chambridge MA

– Munarin, S., Tosi, M. C., Renzoni, C., Pace, M., Spazi del welfare, Quodlibet, Macerata, 2011.  

– Newman, P. et al (2009), Resilient Cities, Island Press, London

– Nussbaum, M. (2011), Creating Capabilities. The Human Development Approach, The Belknap press, Cambridge

– Sen, A. (2009), The Idea of Justice, Harvard University Press, Cambridge Mass.

– Soja, E. (2010), Seeking Spatial Justice, University of Minnesota Press, Minneapolis

– Southwort, M. (2005), “Designing the Walkable City”, Journal of Urban Planning and Development 131, 246

– Tosi, M.C. (2009), “La fatica di abitare”, Urbanistica n. 139

Consiglio Europeo degli Urbanisti (2002), Try it this way, versione italiana stampata a Bolzano

– Harris, S. (2012), Il paesaggio morale, Einaudi Torino, ed. or. 2010.




[1] P. Abercrombie, «Gli studi che precedono il piano urbanistico (The study before Town Planning, relazione tenuta nel 1915 presso la Birmingham Architectural Association ) ora in, D. Calabi (a cura di), Il male città: diagnosi e terapia, Officina, Roma 1979. In questo testo, Abercrombie, dopo aver affermato che la città è uno strumento di civilizzazione e l’urbanistica una pratica per migliorarlo, ad un certo punto presenta quelli che considera gli obiettivi generali e “imparziali” che dovrebbero stare alla base di ogni progetto urbanistico, avanzando l’ipotesi che «l’urbanistica, se si vuole evitare di prendere partito, deve avere tre obiettivi: bellezza, igiene e funzionalità e un giusto equilibrio deve essere raggiunto tra i tre. Il Town Planning Act del 1909 propone un ordine diverso: “condizioni sanitarie adeguate, amenità e funzionalità”, ma non c’è dubbio che la bellezza dovrebbe venire per prima, perché è la qualità, attraverso la quale tutto deve passare, a far si che igiene e ingegneria siano innalzate a livello di urbanistica e portate alla dignità della vita urbana».

[2] Nel decalogo di Giovannoni, i primi due punti affrontano questioni di tipo “procedurale” (1, «devesi premettere al piano regolatore cittadino il piano regolatore regionale»; 2, «il piano regolatore d’ampliamento deve essere tutta una cosa con quello dell’intera sistemazione del vecchio nucleo»). Il terzo punto invece invita a «dividere nettamente i vari tipi di traffico» (esterno, cittadino e locale), il quarto a «dividere i quartieri di nuova fabbricazione in zone di vario tipo… che col loro associarsi non solo diano un ritmo alla città e rechino vantaggi all’estetica e all’igiene, ma contribuiscano all’avviamento razionale della fabbricazione». Il quinto invita ad “aprire le porte dell’espansione della città nelle zone esterne” ed il sesto a coordinare gli interventi entro un “determinato programma” facendo coesistere “la città vecchia e le sue nuove propaggini”. Mentre gli ultimi quattro sono dedicati in modo più preciso all’interesse di Giovanni circa il modo di operare nella città vecchia, dove occorre far convivere “monumentale e pittoresco”, operando “corretti diradamenti senza vasti sventramenti”.

[3]Citiamo a partire dai nostri appunti, scusandoci con Stefano Moroni per eventuali imprecisioni che siamo ovviamente pronti a correggere, sperando che ciò possa servire come occasione per proseguire la discussione.

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